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27 Maggio 1993, la strage dei Georgofili

Ci sono date che non sono semplicemente giorni sul calendario, ma ferite aperte nella coscienza civile e democratica del nostro Paese. Maggio, luglio, e ancora maggio dell'anno successivo: un filo rosso di sangue, ma anche di resistenza, unisce la Sicilia alla Toscana, legando indissolubilmente Palermo a Firenze.

Il 23 maggio del 1992, l’autostrada nei pressi di Capaci si sbriciola, portandosi via Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Meno di due mesi dopo, il 19 luglio, la stessa tragica sorte tocca a Paolo Borsellino e ai cinque agenti che lo proteggevano — Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina — nell’inferno di via D'Amelio.

L’anno successivo, nel 1993, quella stessa violenza mafiosa e stragista decide di risalire la penisola. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio, a Firenze, la strage dei Georgofili distrugge vite umane e arte. La forza della deflagrazione è enorme: un’onda d’urto micidiale che fa tremare l’intera città, sbriciola la Torre dei Pulci e solleva di un metro persino il monumentale soffitto del Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio. Sotto quelle macerie, il prezzo più alto viene pagato da vittime innocenti: lo studente Dario Capolicchio e l’intera famiglia Nencioni — i genitori Fabrizio e Angela, e le figlie Nadia e Caterina, di soli nove anni e cinquanta giorni.

Quella notte il messaggio arrivò drammaticamente chiaro: la criminalità organizzata non era un fenomeno circoscritto, ma una minaccia nazionale, capace di colpire il cuore storico delle nostre città e di spezzare il futuro del Paese.

A oltre trent'anni di distanza da quelle stragi, in un'epoca in cui rischiamo di assuefarci al male e di percepire questi fatti come lontani, fare memoria diventa un dovere attivo. Promuovere la legalità nello studio, nel lavoro e nella quotidianità è l'unico modo per proteggere la nostra coscienza civile.

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